I sogni sono fatti per essere infranti?
Cammino nella luce dell'autunno, giunto quasi al suo clou. Striscie di nubi sfilacciate s'inseguono nel cielo incerto, mentre mucchi di foglie raggrinzite si sono accumulate ai bordi delle strade. Mi piace calpestarle, udire il rumore del verde ormai morto, mentre per il centro morto del mio paese si diffonde l'odore delle caldarroste, dei marroni, dello smog.
Tra le mani tengo il mio giornale, nel cuore l'amore che sembra spegnersi. Poi il crespuscolo mi penetra dentro, lo rinnova, scacciando la tristezza per questa precarietà cui mi sento condannata. Ci sarà il giorno in cui qualche certezza mi ancorerà più forte alla vita.
Ecco che incontro le persone che conosco e una di queste mi consegna il romanzo che ho scritto alcuni anni fa, quando tutto mi sembrava difficile, quando la depressione sembrava un nemico implacabile.
"E' davvero bello, il tuo libro"
E' un mio compaesano, un signore rotondo e rubizzo, sempre allegro e in forma.
"Non è questo granché. E' pieno di difetti, acerbo. E poi nessuno vuole pubblicare il secondo. Forse meglio che rinuncio".
Lui scuote la testa: "Dai, è solo l'inizio. Vedrai che emergerai. Hai i numeri. Ora però devo andare. Non mollare!"
La luce d'autunno lo fagocita, e io resto con il giornale tra le mani e la malinconia che si trasforma in speranza, poesia e voglia di tornare a casa per scrivere ciò che ho in testa.
